Ieri, 20/10/26, un guasto presente in un singolo hub di Google Cloud nella periferia di Londra è riuscito a mandare offline Revolut, banche, servizi postali e persino le corti di giustizia britanniche. Questo avvenimento fa pensare soprattutto alla vulnerabilità che queste strutture hanno all’interno del nostro continente: la sovranità digitale non esiste se si poggia su un oligopolio, poiché se quello viene colpito tutto ciò che abbiamo intorno ne sente inevitabilmente le conseguenze.

L’illusione dell’infinito: chi possiede davvero i dati europei?

Il tilt di Londra non è stata l’unica occasione, ma la dimostrazione di un sistema che non si presenta stabile.

Viviamo agiati nell’idea che il cloud sia uno spazio infinito, onnipresente e impossibile da abbattere. La realtà però ci dimostra il contrario: l’ecosistema digitale europeo ha le sue fondamenta su un oligopolio di colossi che sono esterni all’Unione Europea, i cosiddetti hyperscaler.

Infatti a dominare la scena globale e a dettare le regole del nostro continente europeo sono sostanzialmente tre aziende statunitensi: Amazon Web Services (AWS), che guida il nostro mercato con circa il 30% delle quote; Microsoft Azure, che si presenta come una fonte solida di un 23-24%, spinto soprattutto dalla corsa all’intelligenza artificiale e infine Google Cloud, che si posiziona vicino al 11-12%. Questi giganti statunitensi quindi insieme controllano oltre il 65% del mercato mondiale del cloud. Portando così i paesi europei a essere strettamente legati a loro e dipendere dalle loro scelte aziendali, riducendo drasticamente la nostra indipendenza.

L’elemento che più di tutte salta all’occhio è che tutto questo non è solamente legato al controllo economico ma anche alla concentrazione geografica ed infrastrutturale. Per anni infatti l’Europa ha tollerato il compromesso proposto da queste aziende di ospitare i loro data center dentro i propri confini.

Spesso questi però sono stati posizionati in pochi hub centrali come quelli di: Francoforte, Amsterdam, Dublino, Londra e le nuove propaggini nel Nord Italia. Ma cosa cambia se questi server si trovano fisicamente a Londra, Milano rispetto a se si trovassero in altri luoghi? Nulla, poiché la governance effettiva, la tecnologia e la catena di comando rispondono comunque a piani e logiche aziendali esterne, dunque la nostra presunta “sovranità digitale” scompare di colpo davanti alla prima decisione differente da parte di questi colossi.

Il futuro della nostra rete, cosa cambierà per colpa dei prossimi mutamenti legati al clima e l’energia?

Il problema che riscontriamo non è solamente geopolitico ed economico. Questo ogni giorno che passa diventa sempre più fisico e realmente legato alle risorse del nostro pianeta. La fame incontentabile rispetto alla potenza di calcolo aumentata dalle intelligenze artificiali sta portando i data center a essere delle batterie enormi che possiedono al loro interno una quantità di energia incalcolabile. Queste strutture enormi che si vanno a creare dunque usano una quantità inimmaginabile di energia e risorse idriche che potrebbero essere paragonate al fabbisogno di intere città. Quindi più ci affidiamo ciecamente a questi data center, più risorse energetiche e idriche vengono sottratte ai territori e ai bisogni reali della popolazione.

Il paradosso legato a queste mastodontiche strutture è che molte di queste sono posizionate in aree geograficamente assai popolate, ma sempre più vulnerabili a ondate di calore improvvise, siccità o stress idrico. Tutto questo è identificabile in un mix esplosivo: infatti se oltre a tutti questi elementi aggiungiamo che affidiamo un elemento portante della nostra società a questi pochi hub sovradimensionati e vulnerabili è come posizionarci e camminare sempre su un ciglio di un burrone senza pensare alle conseguenze delle nostre decisioni.

Il blackout di Revolut e delle corti britanniche non è stato un singolo elemento che possiamo omettere e spostare a lato per non osservarlo. Questa dovrebbe divenire la sveglia definitiva per l’Europa. Continuare a ignorare la fragilità di una struttura in bilico come questo oligopolio significa accettare senza pensarci che l’economia europea, i nostri dati e la vita quotidiana di ogni cittadino europeo potrebbero spegnersi da un momento all’altro, semplicemente perché un server posizionato nella periferia di una delle città europee ha smesso di funzionare o è stato deciso di farlo fermare.

La vera domanda, ora non è se questo evento può accadere ancora, ma semmai, cosa faremo per evitarlo prima che sia troppo tardi?