In Breve

Perché i CEO tech sono accusati di essere distanti dal pubblico?
Perché alcune loro proposte presentano l’AI come soluzione per attività personali e relazionali che molti utenti non considerano problemi prioritari.
Qual è il rischio dell’ottimizzazione tramite AI?
Secondo i partecipanti al podcast Equity, l’automazione potrebbe ridurre le interazioni umane e trasferire agli algoritmi decisioni personali.
Quale tensione culturale emerge dal dibattito?
Da una parte c’è la ricerca di maggiore efficienza; dall’altra cresce il desiderio di mantenere esperienze non mediate dalla tecnologia, come conversazioni e scelte musicali.

Le dichiarazioni di alcuni leader dell’industria tecnologica sull’uso dell’intelligenza artificiale stanno alimentando una domanda: le aziende stanno progettando prodotti per le esigenze della maggioranza delle persone o per un pubblico ristretto di utenti altamente tecnologici?

Il tema è stato rilanciato dalle osservazioni rivolte a Marissa Mayer, CEO di Dazzle AI, dopo che ha raccontato di aver chiesto a uno strumento di intelligenza artificiale aiuto per descrivere sua figlia in un compito scolastico. Anche Sam Altman, CEO di OpenAI, ha suggerito la creazione di podcast personalizzati per accompagnare i figli durante il tragitto verso la scuola e ha dichiarato di non riuscire a immaginare la genitorialità senza ChatGPT.

Mark Zuckerberg, CEO di Meta, ha inoltre ipotizzato che in futuro potrebbe diventare sempre più accettabile soddisfare attraverso l’AI bisogni sociali e romantici. Tra gli esempi citati nel dibattito ci sono anche le proposte di Whitney Wolfe Herd, CEO di Bumble, sugli “assistenti” capaci di organizzare incontri tra persone attraverso le rispettive intelligenze artificiali.

Marketing o problema di prodotto?

Nel podcast Equity di TechCrunch, Amanda Silberling ha definito la questione in parte un problema di marketing e in parte un problema di prodotto. Secondo Silberling, l’industria starebbe promuovendo un futuro in cui le interazioni umane di base vengono progressivamente eliminate o ottimizzate fino a non avvenire più.

Il confronto, a cui hanno partecipato Kirsten Korosec, Sean O’Kane e Anthony Ha, ha evidenziato la tensione tra l’incentivo economico a proporre l’AI come strumento utile in ogni ambito della vita e il rischio che questa rappresentazione appaia poco attraente, o persino distopica.

Silberling ha osservato che molte delle applicazioni citate dai dirigenti riguardano attività come prenotare ristoranti o voli. Sono compiti comuni, ma non necessariamente tra i principali problemi quotidiani della persona media. La stessa giornalista ha riconosciuto che strumenti come ChatGPT e Claude possono avere un valore concreto, pur sostenendo che tale valore non coincida sempre con l’automazione di queste incombenze.

Quando l’efficienza sostituisce l’esperienza

Nel caso degli appuntamenti, l’idea di affidare a un’AI la selezione dei potenziali partner può sembrare efficiente: evita incontri infruttuosi e riduce il tempo necessario per trovare una persona compatibile. Secondo Silberling, però, questa soluzione trasferirebbe a un computer la decisione su chi frequentare, sulla base della presunzione che l’algoritmo conosca l’utente meglio di quanto l’utente conosca sé stesso.

Il confronto ha toccato anche il tema della perdita di familiarità con le interazioni dirette. Silberling ha citato il proprio disagio crescente nel telefonare a un ristorante per ordinare cibo, dopo essersi abituata a svolgere l’operazione online. A suo giudizio, l’ulteriore automazione potrebbe ridurre le occasioni di conversazione tra persone.

Una tensione culturale

Anthony Ha ha paragonato la situazione al lancio di Uber, inizialmente percepito come un servizio destinato a un gruppo ristretto di utenti tecnologici e benestanti di San Francisco, ma poi diventato più diffuso. Secondo Ha, l’industria tecnologica tende a scommettere sul fatto che i propri primi utilizzatori rappresentino i consumatori del futuro.

Nel caso dell’intelligenza artificiale, però, questa previsione non sarebbe ancora confermata. Il dibattito riflette anche una crescente resistenza all’idea che ogni esperienza debba essere ottimizzata. Tra gli esempi citati da Silberling ci sono il ritorno ai telefoni a conchiglia e l’acquisto di CD da parte di persone stanche di affidare agli algoritmi la scelta della musica.

La questione centrale, secondo il confronto di Equity, non è quindi soltanto quanto l’AI possa rendere più efficienti le attività quotidiane, ma quali esperienze valga davvero la pena automatizzare e quali, invece, abbiano un valore proprio perché restano umane.